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giovedì 2 aprile 2009

il GENIO in MUSICA:
gente che fece del proprio handicap la chiave di violino della vita

Il termine inglese "handicap", è traducibile in italiano come "svantaggio", "menomazione" o "impedimento"; questa è una semplice parola che ha, però, enormi ripercussioni sul nostro modo di pensare e di agire. Le persone "sane" tendono ad arretrare se si trovano dinnanzi ad un individuo con problematiche di questo genere, che comportino, appunto, impedimenti nella vita sociale, siano essi fisici o mentali; le persone "sane" tendono ad imbarazzarsi nell'entrarci in contatto, a cambiare il loro comune comportamento, mutandolo verso toni di voce ed azioni più gentili, pacati ma, al contempo, mantenendo una sorta di distacco per timore di istaurarvi un rapporto che possa andare oltre al "Grazie dell'informazione e arrivederLa". La verità è che le persone "sane" sono spaventate da quello che vedono in coloro che non sono simili a loro stesse, da coloro che vivono a testa alta nonostante i disagi che subiscono a causa di Madre Natura; da coloro che gli ricordano quanto crudeli siano nel non apprezzare la propria vita "sana", lamentandosene. Le persone "sane" tendono così a provare una sorta di pena verso questi "sfortunati", e, per paradosso, ad aumentarne così la discriminazione. Trattarli in modo diverso è un modo per farli sentire ancora più diversi.
Ma il termine "Handicap" è realmente sinonimo solo di "sfortuna"? Non è, invece, possibile che questa idea radicata nel senso comune si possa convertire in una differente interpretazione, simile all' "Handicap" sinonimo di "Genialità"?
A voi una libera risposta alla fine, a me l'onore e l'onere di farvici ragionare.
Prendiamo l'esempio della musica, e procediamo, passo passo, per epoche e generi.

La musica Classica

Ludwing Van Beethoven fu battezzato a Bonn il 17 dicembre del 1770 da una famiglia originaria del Belgio, il maggiore di tre fratelli sopravvissuti alla morte di altri quattro. Il padre cercò in loro il genio della musica e lo trovò in Ludwing che, all'età di otto anni, tenne la sua prima esibizione pubblica a Colonia. La sua carriera iniziò ad appena dodici anni e, da quel momento in poi, la sua vita fu tutto un susseguirsi di studi, e viaggi, e tournee; un carattere impulsivo ed eccessivo da tenere a freno, il dovere morale di sostituire il padre, troppo spesso ubriaco, nel ruolo di "capo famiglia", sia finanziariamente che moralmente verso i due fratelli più piccoli; la morte della madre nel 1787, unica persona con cui era stato in grado di costruire un rapporto di sincero affetto e, successivamente, nel 1815 quella del fratello ed il conseguente doversi far carico dell'educazione del giovane nipote (per il quale dovette affrontare diversi problemi giudiziari per ottenerne la nomina di tutore) e, a tutto questo, bisogna aggiungere l'essere afflitto da disfunzioni fisiche quali problemi alla vista, all'intestino, terribili mal di testa, una vita sregolata tipica degli artisti, e, soprattutto, la comparsa del suo handicap.
Ludwing Van Beethoven, all'età di appena ventisette anni, venne infettato dal germe della sordità che interessò prima l'orecchio sinistro e poi anche il destro. La perdita dell'udito fu progressiva fino a portarlo al silenzio più completo, la peggior sofferenza per chi ha passato un'intera vita a nutrirsi di musica e suoni. Il compositore tenne il suo dolore chiuso in sè per diversi anni, segreto suo e della sua sola anima, allontanandosi dalla vita sociale, vivendo in solitudine, temendo che qualcuno dei suoi nemici potesse scoprirlo, e burlarsene, soffrendo il timore del giudizio, il peso della diversità, e la tribulazione dovuta alla privazione dell'unica cosa che lo rasserenava: la melodia.
Ma Beethoven si fece forza; non si arrese, non prese la via "facile" della morte, del suicidio, un solo istante che avrebbe potuto liberarlo da quel corpo difettoso, quella mancanza di un fine; non smise di lottare, anzi, continuò con ancora più intensità fino a comporre alcune delle sue più famose sinfonie, come la "Quinta". Ma Beethoven la sua Quinta non l'ha mai sentita, come non sentì mai la famosissima "Per Elisa". A non ancora quarant'anni viveva nel suo mondo di silenzio, non percepiva più voci nè suoni, l'unico contatto che aveva col suo pianoforte era una sottile bacchetta di legno: un'estremità la teneva in bocca e l'altra la posava sulla cassa di risonanza dello strumento, interpretandone così le vibrazioni.
Nel 1824, al termine di un concerto, un cantante dovette prenderlo per le spalle e voltarlo verso il pubblico perché si rendesse conto che lo stavano applaudendo freneticamente, ma lui non se ne poteva accorgere.
Fu costretto ad abbandonare la carriera di concertista a soli 44 anni proprio per il suo handicap...ma se questo non ci fosse stato, Beethoven sarebbe diventato ciò che rappresenta oggi per il mondo? Se non avesse dovuto subire questo, appunto, Handicap, se avesse continuato ad ascoltare la musica, se avesse avuto dei sensi "sani" e funzionanti sarebbe riuscito a scrivere ciò che noi, a trecento anni di distanza, continuiamo a studiare? Tutto questo silenzio portò l'artista ad interiorizzare i suoni e a percepire la musica che portava dentro sè e che chissà se sarebbe venuta fuori con le interferenze del caos del mondo. Le note non gli giungevano sul pentagramma dalle orecchie, ma dal cuore, le stesse note che in noi, persone "sane", possono solo che fare il percorso inverso.
"Spesso maledico la mia esistenza -scrive a Wegeler-. Ma Plutarco mi ha insegnato la rassegnazione. Voglio, se possibile, sfidare il mio destino."


Il Jazz

Il Jazz è un genere musicale di origine statunitense, nato nei primi anni del XX secolo per la confluenza di tradizioni musicali africane ed europee. Caratteristiche peculiari di questo sono l'improvvisazione, la poliritmia e l'utilizzo di note swing, incorporando diversi generi della musica popolare americana, dal ragtime al blues, ponendo un forte accento sull'espressività e il virtuosismo strumentale, il cui nome deriva probabilmente dal termine francese "jaser" che significa "far rumore". Secondo Stephàn Grappelli è "Ciò che permette di evadere dalla quotidianità", secondo Gino Paoli "...l'unico genere musicale considerato da chi lo pratichi non un mezzo ma un fine, non un lasciapassare verso il successo e la ricchezza, ma un piacere a sè stante...".
Uno dei più grandi jazzisti degli anni Novanta fu indiscutibilmente il pianista francese Michel Petrucciani.
Nato nel 1962 ad Orange, in Francia, fu figlio di genitori italiani emigrati. Il padre, Antoine Petrucciani, rinomato chitarrista jazz, influenzò molto i gusti musicali del giovane figlio. Studiando fin dalla più tenera età la batteria ed il pianoforte, ebbe la sua prima esibizione pubblica all'età di tredici anni mentre la sua carrierà si può dire si avviò quando era appena quindicenne.
Le sue straordinarie doti musicali ed umane gli permisero di lavorare con musicisti dal calibro di Jim Hall, Eddie Gomez ed Dizzy Gillespie e di suonare dinnanzi al papa Giovanni Paolo II nel 1997, a Bologna.
Morì nel 1997 in seguito a complicazioni polmonari e fu sepolto nel celebre cimitero parigino di Père Lachaise.
Fin qui tutto bene, una comune persona "sana"...se non fosse che Michel Petrucciani era afflitto dalla nascita dall'osteogenesi imperfetta, malattia genetica detta anche "Sindrome delle ossa di cristallo". Questa crea problemi a carico dello scheletro, delle articolazioni, degli occhi, delle orecchie, della cute, dei denti, deformazioni degli arti ed una manifesta fragilità delle ossa. Causa lo stop dell'altezza a 90 centimetri e del peso a circa 23 kg, indebolendo le ossa. Michel Petrucciani era la tipica persona dinnanzi a cui le persone "sane" avrebbero chinato gli occhi per timore di un contatto. Michel Petrucciani era così.


Per raggiungere i pedali del pianoforte doveva usare un marchingegno realizzato per lui dal padre, non poteva condurre una "sana" vita sociale, non poteva fare ciò che tutti fanno, bambini, ragazzi o adulti che siano, ma invece di rattristarsi ne era contento. Petrucciani considerava il suo disagio fisico come un vantaggio perché gli permise, in gioventù, di dedicarsi completamente alla musica, tralasciando ogni altra sorta di "distrazioni" ed impegni. Michel Petrucciani non "suonava"...lui metteva l'anima nella sua musica. Le sue note, contrariamente a quello che si può pensare vedendolo, sono inni alla gioia del mondo. In un'intervista disse che avrebbe voluto avere, oltre a tutto ciò che già lo affligeva, sei dita per mano per poter suonare ancora meglio. Di estrema modestia non voleva essere il leader di nessun gruppo nonostante le straordinarie doti. Diceva di amare il comporre musica da "ascoltare e sentire" , di voler descrivere in essa il suo modo di vedere la vita; asseriva che, ogni volta che suonava, vedeva colori diversi, ma non colori come quelli che possono usare dei pittori...erano colori che poteva vedere e percepire solo dentro sè, e sperava di poter trasmettere queste sue sensazioni anche a chi lo ascoltava. Contribuì ad aprire una fondazione in Francia per la scoperta di nuovi talenti, per dar loro un posto speciale in cui imparare e per offrire a chiunque la volesse l'opportunità di provarci, di mettersi alla prova proprio come fece lui, sfidando ogni sorta di pregiudizio del pubblico pagante e parlante.
Petrucciani fu un eroe nazionale in Francia, il presidente Jacques Chirac era uno dei suoi più celebri e convinti fan, considerandolo un "genio per tutti", lodandone la capacità di "dare sè stesso nella sua arte con la passione, con coraggio unito al suo genio musicale".
Michel Petrucciani, un uomo che, nell'incontrarlo per strada, ci avrebbe fatto chinare gli occhi ma che, nell'ascoltare la sua Musica, ce li fa alzare, sognanti, verso il cielo.


Il Rock

Uno dei maggiori esponenti della musica Rock della metà del Novecento fu certamente il cosiddetto "Re Lucertola", Jim Morrison. Nato a Melbourn l'8 dicembre del 1943 divenne il leader carismatico e frontman del gruppo "The Doors", esponente culturale della rivoluzione del sessantotto ed uno dei più grandi cantanti della storia.
A livello fisico Jim Morrison non necessitava di niente in più di ciò che già possedeva: bello come un dio greco, con tratti perfetti e movenze suadenti era l'idolo e sogno di ogni ragazza (ed in gran parte lo è ancora). A causa della professione del padre che aveva intrapreso la carriera militare nell'areonautica, la famiglia del Re Lucertola dovette subire innumerevoli trasferimenti nelle più disparate parti dell'America, impedendo così all'allora bambino il poter coltivare forme di amicizia sincera e duratura, sviluppando un carattere particolare, solitario, chiudendosi in un solo suo e particolare mondo ed amplificandolo dal 1947, anno in cui avvenne uno degli avvenimenti più importanti per la vita del cantante durante un viaggio con la famiglia nel New Mexico che lui descrisse così:
« La prima volta in cui ho scoperto la morte... io, mia madre, mio padre, mia nonna e mio nonno stavamo viaggiando in auto attraverso il deserto all'alba. Un camion carico di Indiani Navahos aveva sbattuto contro un'altra auto o qualcos'altro: c'erano Indiani insanguinati che stavano morendo sparsi per tutta la strada. Ero solo un bambino e per questo dovetti restare in macchina mentre mio padre e mio nonno scesero a guardare. Tutto ciò che vidi fu una divertente vernice rossa e della gente distesa attorno, ma sapevo cosa stava succedendo, perché riuscivo a sentire i fremiti delle persone intorno a me, e all'improvviso capii che loro non sapevano più di me cosa stava accadendo. Quella fu la prima volta che ebbi paura... ed ebbi la sensazione, in quel momento, che le anime di quegli Indiani morti - forse una o due di esse - stavano correndomi intorno, ed entravano nella mia anima, e io ero come una spugna, pronto a sedermi là e assorbirle »
Jim Morrison fu ossessionato per il resto della vita da questo evento. L'idea della morte prese a perseguitarlo ed a creare con lui un rapporto quasi morboso, portandolo a comporre canzoni e scrivere aforismi alla "vivi come se dovessi morire domani e pensa come se non dovessi morire mai"; ossessionato dalla cultura indiana, dalla figura del serpente, animale dalla forza smisurata in quanto sopravvive in un ambiente sfavorevole come il deserto si convinse che uno sciamano gli fosse entrato dentro ed avesse preso casa nel suo spirito. La sua vita, l'esperienza della droga come mezzo di elevazione così simile all'utilizzo del Peyote in alcune antiche tribù americane, le melodie, il sound delle proprie canzoni, i testi che lo fecero imporre non solo come cantante ma come poeta, con continui richiami alla mitologia, alle leggende, a miti ed ai rettili, tutte manie che contribuirono a renderlo una leggenda agli occhi dei posteri
"Un trascinatore naturale, un poeta
uno sciamano, C/l'
anima di un pagliaccio.
Che ci faccio
nell'Arena
dei Tori
Con tutti i personaggi pubblici
in corsa per il Comando
Spettatori alla Tromba
-scrutatori di sommosse
Paura degli Occhi
Assassino
Essere ubriachi è un buon travestimento-
Io bevo così
posso parlare con le teste di cazzo.
Me incluso."
E il conseguente sentirsi al di sopra del mondo, delle regole, del buon costume, il mantenere un comportamento per molti versi immorale, ignorando le norme, procurandosi varie denunce e spesso imbarazzando coloro che gli stavano vicini per le sue azioni. I suoi gesti plateali, i suoi versi irriverenti, i suoi richiami, censurati, al complesso di Edipo nella celebre "The End" adattata alla vita come a dire "ucciderò tutto ciò che è autorità, tutto ciò che è stato imposto come 'vita comune', non mi farò manovrare [la figura del padre], ritornerò alla purezza dell'inizio, a tutto ciò che ero prima di diventare un essere sociale [simbolo della figura materna]". Tutto ciò che lo riguarda fa pensare ad un Angelo Caduto, ad un uomo finito in questo mondo chissà per quale motivazione, un mondo a lui così poco affine da essere perseguitato dall'idea di cambiarlo.
"Vorrei che arrivasse una bufera
venisse & spazzasse via questa
merda. O una bomba che
bruciasse la Città & lucidasse
il mare. Vorrei che mi arrivasse
una morte pulita."
Uomo non comune con atteggiamenti da Dio, problemi con la legge, con le donne, con il mondo, con le droghe, con l'alcool, con la famiglia, al punto che arrivò ad asserire il falso durante un'intervista, dichiarando di essere orfano; problemi che, oramai, aveva reso parte integrante di sè.
"[...] Perdona a me Padre poiché io so
quello che faccio.
Io voglio ascoltare l'ultima Poesia
dell'ultimo Poeta."
Uomo che quasi si divertiva a creare disagio negli altri, a creare situazioni equivoche, a giocare per sperimentare reazioni. Uomo con un forte, fortissimo disagio esistenziale alle spalle, con un perenne e continuo scontro con la vita. Uomo non puramente pazzo, o almeno non a causa di una semplice e dichiarata malattia mentale, ma così fuori da ciò che è ordinario per i "sani" da apparirlo. Pazzo in quanto la normalità è determinata solo da una maggioranza statistica e quindi folle abbastanza da considerarsi "sano" per aver purificato quelle porte della percezione che invocava Blake, convinto così di poter vedere le cose immense quali esse sono realmente.
"[...]Enter again in the sweet forest
enter again in the hot dream
come with us!
Everything is broken up and dances [...]"


L'incatalogabile
Ray Charles Robinson nacque ad Albany il 23 settembre del 1930; fu musicista, pianista e cantante statunitense, considerato uno dei pionieri della musica Soul. Allevato dalla madre in un contesto economico del tutto sfavorevole assistette all'età di cinque anni, impotente, alla morte del fratello minore, George, annegato in una tinozza del bucato, evento che lo tormentò per l'intera vita. Nello stesso anno il giovane Ray iniziò ad avere problemi con la vista (probabilmente a causa di un glaucoma) che nel giro di due anni lo portarono alla completa cecità. Frequentò una scuola per sordi e ciechi, imparando il brail e, nel contempo, a suonare diversi strumenti musicali e comporre, restandovi fino al 1947, quando si trasferì a Seattle andando incontro al suo successo e mantenendo la promessa che fece alla madre; "nessuno riuscì mai a trattarlo come uno storpio". Ray non usava il bastone per camminare, ma le orecchie: suole dure per ascoltare il suono del pavimento e orientarsi. Ray si faceva accompagnare al pianoforte, ma quando lo suonava zittiva tutti. Ray pretendeva perfino belle donne e capiva che lo erano accarezzando loro il polso.
Come Michel Petrucciani, si impose contro mille pregiudizi: il suo handicap visivo ma anche il suo handicap epidermico, una pelle scura in un periodo di, purtroppo, ancor forte discriminazione da parte dei "sani" dalla pelle bianca; l'handicap della dipendenza da eroina e quello della sua musica, completamente nuova e, per questo, soggetta a pesanti critiche.
Raggiunto un sufficente grado di notoreità, infatti, lottò ancora di più, rifiutandosi persino di tenere un concerto nel suo stato natale, la Georgia, a causa, appunto, della segregazione in cui teneva gli afroamericani e venendone così bandito a vita fino al 7 Marzo del 1979, giorno in cui venne reintegrato con pubbliche scuse e la sua "Georgia on my mind" fu proclamata inno nazionale. Nell'arco della sua carriera vinse 13 Grammy nonostante, agli inizi, vennisse additato perché "suonava la musica del diavolo", perché usava il Gospel (la musica religiosa dell'amore per Dio) per cantare l'amore per una donna, l'amore per la vita. E Ray Charles fece questo per tutta la sua esistenza: cantò la vita fino alla sua morte, e lo fece sempre con la sua espressione gioiosa, il suo sorriso, la sua musica ed i suoi occhiali da sole, nonostante il perenne buio che vi si nascondeva dietro. Lo fece sempre con la sua ironia; leggenda o meno che sia, si dice che sia l'autore di una famosa battuta sul suo handicap: durante un'intervista, ad un cronista di un noto giornale razzista che gli domandava se il fatto di essere diventato cieco in tenera età gli avesse causato dei complessi di inferiorità, rispose: "Non mi lamento, poteva andarmi peggio. Pensi se fossi nato negro!".
Ray Charles mise da parte il suo handicap, il suo buio, per illuminare i vinili del mondo. Affrontando a testa alta le difficoltà ed accettando ciò che per molti sarebbe stato inaccettabile.
"Quando non si vede, si apprezzano meglio gli altri. A volte la tua vita viene toccata da persone meravigliose, che magari non hanno un aspetto meraviglioso, ma tu sei cieco e non lo sai. Quando mio figlio mi sale in grembo, sento solo che c'è qualcuno che mi ama e anch'io lo amo. Se vedessi, potrei vedere lo sporco sui suoi vestiti o sopra le scarpe e forse direi: vai a pulirti prima di salirmi in braccio. Invece, non vedendoci, non lo vedo come pulito o sporco, bianco o nero, ma sento solo quel bambino come 33 chili d'amore" Ray Charles.

Pamela D'ercole


(Fonti:
Per Beethoven:
www.wikipedia.org/wiki/Ludwing_van_Beethoven
www.ilpaesedeibambinichesorridono.it/beethoven.htm
http://www.lvbeethoven.com/Bio/Beethoven-Biografia-Cronologia.html
Per Petrucciani:
http://gerovijazz.splinder.com/post/14005682
www.wikipedia.org/wiki/Michel_Petrucciani
http://www.jazzitalia.net/quellaseracon/michelpetrucciani.asp
http://www.jazzitalia.net/recensioni/sowhat.asp
http://60forever.blogspot.com/2006/05/michel-petrucciani.html
http://www.youtube.com/watch?v=a3g7CEAlovA
Per Jim Morrison:
http://it.wikipedia.org/wiki/Jim_Morrison
"Jim Morrison, vita, morte, leggenda" biografia a cura di Stephen Davis edito nel 2004, Mondadori
Poesie tratte da "Tempesta Elettrica, poesie e scritti perduti di Jim Morrison" a cura di Riccardo Bertoncelli, 2001, Mondadori
Brano della canzone da "The Ghost Song" tratto dall'album "An American Prayer" pubblicato nel 1978 dalla Elektra Records
Per Ray Charles:
http://it.wikipedia.org/wiki/Ray_Charles
http://italy.real.com/music/artist/Ray_Charles/
"Georgia On My Mind" disco pubblicato nel 2000
"Ray" film di Taylor Hackford uscito nel 2004

martedì 31 marzo 2009

L'incontro con la fiaba



L'incontro con la fiaba

L'incontro con la fiaba è molto emozionante perché entra in gioco la capacità di spaziare con la fantasia e soprattutto perché ad entrarvi in contatto sono specialmente bambini dai 3 ai 10 anni. In questo arco di tempo il processo evolutivo è molto rapido perché cambiano i desideri e le aspettative e lo sviluppo cognitivo e relazionale. Le fiabe hanno molta importanza in quanto dentro di esse c'è tutta la storia dell'umanità. Molti si sono interessati dell'analisi della fiaba ed uno di questi è V. J. Propp il quale si rese conto che la fiaba è una struttura perfetta del prodotto letterario. Egli parla di circa 30 casi frequenti in ogni fiaba provenienti da tutto il mondo e con storie diverse.È per esempio presente in ogni fiaba la lotta tra il bene ed il male: vi è sempre presente il personaggio protagonista che riesce a sconfiggere le azioni negative dell'antagonista. E sono sempre presenti gli aiutanti che aiutano il protagonista nella lotta per il bene. Cosa importante c'è sempre il lieto fine. Ci si chiede spesso il perché ci sia sempre un lieto fine e la risposta è che le fiabe sono iniezioni di ottimismo che aiutano il bambino ad affrontare gli eventi positivi e negativi. I racconti sono una parte di vita di tutti i giorni e grazie alla fiaba il bambino si sente "più sicuro" nell'affrontare gli eventi.Un altro autore che si interessa di fiabe per bambini è Bettelheim. Molti genitori credono che al bambino dovrebbero essere presentate soltanto la realtà conscia o immagini piacevoli e capaci di andare incontro ai suoi desideri ma questa teoria risulterebbe inutile in quanto la vita reale non è tutta rose e fiori. Il messaggio che Bettelheim manda ai bambini è questo ""una lotta contro le gravi difficoltà della vita è inevitabile, è una parte intrinseca dell'esistenza umana, che soltanto chi non si ritrae intimorito ma affronta risolutamente avversità inaspettate e spesso immeritate può superare tutti gli ostacoli e alla fine uscire vittorioso"I personaggi delle fiabe non sono ambivalenti: non buoni e cattivi nello stesso tempo, come tutti noi siamo nella realtà. Ma dato che la polarizzazione domina la mente del bambino, domina anche nelle fiabe. Una persona è buona o è cattiva, mai entrambe le cose.La presentazione della polarità permette al bambino di comprendere la differenza fra le due cose. Il bambino si identifica nel personaggio dell'eroe non a motivo della sua bontà ma perché la condizione dell'eroe esercita un forte richiamo positivo su di lui. Il succo di queste fiabe non è la morale ma la fiducia di poter riuscire. La vita può essere affrontata con la fiducia di poter superare le sue difficoltà o con la prospettiva della sconfitta. Il classico finale: "E vissero felici per sempre" non fa credere per un solo istante al bambino che la vita eterna sia possibile. Essa indica però qual è l'unica cosa che può farci sopportare i limiti del nostro tempo su questa terra: la formazione di un legame veramente soddisfacente con un'altra persona.Le fiabe insegnano che quando si è arrivato a questo si è arrivato al massimo soddisfacimento emotivo nella vita e soltanto questo può aiutare a superare la paura della morte.La fiaba è orientata verso il futuro e guida il bambino aiutandolo ad abbandonare i suoi desideri infantili di dipendenza e a raggiungere una più soddisfacente esistenza indipendente.

fonti:
www.studenti.it./appunti/pedagogia/fiaba.com
(Bettelheim, Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe, Milano, Feltrinelli, 1975, pp. 13.)
Il significato e le funzioni della fiaba nello sviluppo del bambino. Alessia Ciuffardelli

Elena Arata

Vita reale e teatro

Vita reale e teatro
Due mondi apparentemente lontani ma così vicini e simili


La vita “reale” e l’”illusione” del teatro hanno in comune alcuni processi psicofisiologici fondamentali quali atteggiamenti posturali, voce, linguaggio, interazione comunicativa,e si differenziano per altri, non meno importanti, come identità, identificazione e immaginazione.
Probabilmente, non a caso, la parola <>, nel suo significato originale greco, voleva dire <>. Questo sta a simboleggiare ed a riconoscere il fatto che ognuno, sempre e comunque, più o meno coscientemente, reciti una parte ed impersoni un ruolo tramite il quale gli altri e noi stessi ci possiamo riconoscere.
Questa maschera rappresenta il nostro vero <>.
A seconda dell’ambiente o “setting” in cui una persona si viene a trovare, questa maschera cambia, il ruolo da ricoprire r quindi l’immagine che si vuol dare di noi al mondo esterno muta.
Esistono vari tipi di ruoli da interpretare e vari modi per farlo.
Ognuno ha in se maschere differenti, che utilizza a seconda dell’ambiente e del luogo in cui si trova.
Questo concetto viene ampiamente sviluppato ed analizzato da Luigi Pirandello, scrittore siciliano del Novecento.
Nel suo celebre libro “Uno, Nessuno, Centomila”, Pirandello sottolinea come l’uomo, distaccandosi dall’universo, assume una forma individuale entro cui si costringe, appunto una maschera, con la quale si presenta a se stesso. Nella società però, esistono anche le forme che ogni “io” vuole dare a tutti gli altri. In questa moltiplicazione l’io perde la sua individualità, da <> diviene <> quindi <>.
Questa concezione, in cui l’uomo sta recitando una o più parti, di cui il grande palcoscenico è la vita reale, è chiamata nelle scienze sociali Approccio Drammaturgico.
Il fondatore di questa teoria è Erving Goffman, antropologo e sociologo canadese contemporaneo e autore di molti libri di successo tra cui “La vita quotidiana come rappresentazione” in cui affronta e spiega questa sua teoria.
Goffman sostiene che i rapporti inter-personali, quelli faccia a faccia, somigliano molto a rappresentazioni teatrali.
Quando due o più persone si incontrano, queste si preoccupano delle impressioni che possono fare sugli altri, proprio come fanno gli attori nei riguardi del pubblico.
Nella vita reale però esiste un palcoscenico, dove ognuno appunto recita, ed un retroscena, dove ciascuno può rilassarsi ed abbandonare battute e la maschera del personaggio.
Secondo Goffman la teatralità è qualcosa che fa parte da sempre dell’uomo, è qualcosa di fondamentale nella sua stessa natura.
Oggi, al contrario, studi più approfonditi sul linguaggio non verbale, tramite il quale le persone comunicano e “recitano”, vengono utilizzati dagli attori per meglio rappresentare ed immedesimarsi nel ruolo da interpretare.
Si sta infatti sviluppando il Teatro come “pratica di vita”, un laboratorio teatrale in cui si ha il cambiamento sia in termini di trasformazione di abilità corporee, vocali, immaginative, sia in termini di processo creativo e trasformativo della personalità dell’attore.
Questo sta a sottolineare come nessun’altra situazione, come quella della finzione teatrale, permette la totale scomposizione e ricompensazione delle singole parti dell’io. I fenomeni psicofisiologici determinano la struttura stessa del corpo, che a sua volta diventa parte della struttura dell’Io e si trasforma, da semplice unità psicobiologia, in un complesso strumento espressivo e comunicativo.


Giorgia Caprarulo
Testi di riferimento:
-Uno, nessuno, centomila Luigi Pirandello
-La vita quotidiana come rappresentazione Erving Goffman
-Sociologia in azione Adele Bianchi, Parisio Di Giovanni
-Wikipedia, Teatro come “pratica di vita”

“ Come genio e pazzia spesso comunicano… ”

“ Come genio e pazzia spesso comunicano… ”
Il tema Nietzscheano, folle e al contempo “saggio” dell’oltreuomo ha attraversato la cultura dell’Europa di fine 800 e della metà del 900, a partire da: “La Gaia Scienza” (aforisma 125) fino ad arrivare al positivismo di Lombroso che descrive la relazione tra genio e pazzia.
Molti studiosi sostengono che il “superuomo” coincide con il malato mentale.
È noto che molti dei protagonisti della letteratura, dell'arte, della musica soffrivano di “esaurimenti”, male di vivere, di paure e di patologie invalidanti e a volte letali. Alle persone normali infatti non è lecito avere comportamenti diversi, estrosi, a meno che non creino artisticamente e allora anche il comportamento più bizzarro viene assolto.
È possibile vedere nella follia l'origine del genio oppure il genio come manifestazione della follia?
Karl Jaspers, filosofo e psichiatra tedesco, analizzò in un saggio del 1922 "Genio e follia" il rapporto esistente tra la schizofrenia e la genialità servendosi di due preziose “ancelle”: la filosofia e la psichiatria.
Attraverso l'analisi della schizofrenia gli studi di Jaspers vogliono far capire perché, nelle loro espressioni più alte, arte e follia coincidono. Solamente la creazione artistica è in grado di conoscere questa follia in quanto non chiude l'abisso del caos, dell'irrazionalità.
In questo studio,il filosofo tedesco, spostando l'analisi dal generale al concreto, e il contatto diretto con i malati, ripercorre i momenti in cui la malattia entra nella vita dell'artista fino a trasfigurarne l'opera.
È il caso di Vincent Van Gogh, grande pittore olandese, ripiegato su se stesso e sulla propria tecnica di pittura, in un continuo che lo porterà alle estreme conseguenze artistiche ed esistenziali.
Infatti operò per soli dieci anni dipingendo meravigliosi capolavori per poi spararsi un colpo di pistola al cuore, morendo a soli trentasette anni.
Anche Van Gogh venne bollato dai suoi contemporanei come psicopatico ma fu proprio per questa sua condizione che riuscì ad offrirci un'interpretazione assolutamente personale della realtà. Forse pazzo non lo era, ma, come dirà lui, mirava a far compartecipare lo spettatore delle sue sensazioni e del suo disagio interiore.
Nell’opera di Salvador Dalì, artista spagnolo nel quale il surrealismo trova la propria espressione più completa ed esasperata, ci viene confermato che è possibile un legame genio-follia
Egli inventa addirittura una sua particolarissima tecnica di automatismo che definisce “metodo paranoico-critico”. La paranoia, secondo la descrizione dell’artista stesso, è una malattia mentale cronica la cui sintomatologia più caratteristica consiste nelle delusioni sistematiche, con o senza allucinazioni dei sensi. Le delusioni possono prendere la forma di mania di persecuzione o di grandezza e di ambizione . Da ciò si comprende che le immagini che l’artista cerca di fissare sulla tela nascono dal torbido agitarsi del suo inconscio (la paranoia) e riescono a prendere forma pittorica solo grazie alla razionalizzazione del delirio (momento critico).
Dunque il metodo paranoico-critico consiste nell’interpretazione dei fenomeni deliranti.
Salvator Dalì può essere definito un genio creativo che dipinge la sua follia.
La pazzia può quindi essere intesa come catalizzatore perché il genio creativo si sviluppi e si manifesti, lasciando il suo messaggio attraverso l’opera d’arte.
Genio e follia, K.Jaspers, Cortina Raffaello, 2001
it.encarta.msn.com
http://www.ibs.it/
Matematicamente.it
itinerario nell’arte, C. Di Teodoro, Zanichelli
Erika Lavanna

sabato 28 marzo 2009

il surrealismo fra cinema e arte

Il surrealismo fra cinema e arte.


Salvador Dali' e' senza ombra di dubbio il massimo rappresentante del Surrealismo pittorico,che si lega al successivo Surrealismo cinematografico sviluppatosi negli anni 20' del ventesimo secolo in Francia.
Il surrealismo pittorico di Dali' e' oltre ogni limite,poco rassicurante,per certi versi spaventoso,
le visioni di corpi smembrati da numerosi cassetti che inquietanti sporgono aperti (sono simbolo
delle perversioni e dei lati oscuri,che ogni essere umano porta dentro di se'),o di giganti in fiamme (vedi il dipinto Giraffa Infuocata),si avvicina a una visione portata dal delirio di una mente malata.
Delirio e' la parola piu' adatta per descrivere la pittura surrealista di Dali',che va ben oltre
gli altri rappresentanti di quel genere pittorico. (Lo stesso Breton fondatore del "circolo" surrealista,caccio' Dali' a causa della sua "lucida follia").
Sono da analizzare con attenzione gli aspetti psicoanalitici di queste opere di Dali',che afferma:"il corpo umano e' pieno di cassetti segreti che solo la psicoanalisi e' in grado di aprire".
Dali' si ispira quindi alla disciplina psicoanlitica fondata da Freud,e difatti i cassetti possono essere benissimo ricondotti alle variabili:Es Io Super-Io spesso usate da Sigmund Freud.
Freud nei suoi studi afferma come nella mente umana vi siano tre spinte fondamentali:
Es:la sede inconscia degli istinti
Io:la dimensione conscia che controlla L'es
Super Io:la formazione morale che censura i desideri considerati moralmente non accettabili.
L'uomo quindi e' in continua lotta con se stesso per censurare i comportamenti sbagliati,secondo il punto di vista della societa'.
Dali' quindi assorbe questi dettami.
Dal surrealismo su tela,si arriva negli anni 20' a quello su pellicola.
Il cinema surrealista e' sporco,basato sul senso del brutto.
La sessualita' viene mostrata in modo abbastanza esplicito per l'epoca,rompendo un forte tabu',e scavando a fondo nell'inconscio e nelle pulsioni umane.
Dali' non puo' non far parte del genere,e quindi comincia a collaborare col regista Luis Bunuel,insieme produrranno e dirigeranno film dal forte contenuto psicoanalitico come Un Chien Andalou.
Questa pellicola contiene film fortissime per l'epoca,e ancora oggi di impatto,come all'inizio con lo stesso regista Bunuel che con un rasoio in mano taglia un occhio a una donna seduta (l'occhio era quello di un vitello)

Con questo ci vuole dimostrare che lo spettatore sara' costretto a vedere tutto cio' che prima gli era stato proibito di osservare.
Salvador ha modo di affinarsi anche in epoche successive,girando insieme ad Alfred Hitchcock la scena del sogno di Io Ti Salvero'.
La scena si presenta come un incubo del protagonista in cui appare un cigno,e nella versione originaria avrebbe avuto forti connotazioni psicoanalitiche ,la protagonista presentata come un immobile statua sarebbe stata ricoperta dalle formiche,per poi liberarsi da esse ritornando alla vita (eliminata perche' rappresentava la paura del protagonista per il matrimonio).
Dali' partecipa con attivo interesse al genere,offrendo ottime consulenze e invenzioni visive che rendono questi film unici,pietre miliari della storia del cinema.
Marco Rezzoaglio

il videogioco





il videogioco




Il videogioco è un gioco le cui regole sono gestite automaticamente da un dispositivo elettronico che utilizza un'interfaccia uomo-macchina basata sul display come sistema di output. Come qualsiasi gioco, il videogioco riproduce simbolicamente determinati contesti culturali, astraendoli dal loro ambito ed applicandoli a contesti e situazioni che possono andare dalla simulazione più fedele fino alla parodia.Divenuto ormai un vero e proprio fenomeno culturale di massa, un medium o addirittura un'arte visuale a sé stante, il videogioco può vivere in ragione dell'informatica e dell'elettronica (sia per il software che per la parte hardware). Nato quasi per caso già a partire dagli anni '50 negli ambienti di ricerca scientifica e nelle facoltà universitarie americane, ha avuto il suo sviluppo a partire dalla seconda metà degli anni Settanta.La fascia anagrafica più cospicua di coloro che praticano il videogioco è statisticamente compresa tra i 16 e i 29 anni, sebbene in alcuni paesi l'età media sia più elevata (come nel Regno Unito), arrivando comunque ad un massimo di 49 anni; in Italia l'età media è di 28 anni. Oggi nel mondo i videogiochi sono praticati da almeno 130-145 milioni di persone di tutte le età (stima della Interactive Digital Software Association). In Italia il numero dei possessori di una console è di 8 milioniL'influenza del videogioco - anche come nuovo fenomeno culturale di massa - viene da molti associata a quella del cinema degli albori o della televisione al momento della sua massima espansione e trasformazione in mezzo di comunicazione di massa vero e proprio. Anzi, il videogioco rischia ora, o quanto meno rischierebbe, di surclassare lo stesso cinematografico, se è vero come è vero che già è stato infranto un ipotetico quanto significativo risultato. Con le statistiche alla mano, le vendite di videogiochi hanno superato, almeno negli Stati Uniti, quelle di biglietti delle sale cinematografiche.Ma con il cinema, il mondo dei videogiochi sembra aver stretto un patto d'acciaio: i plot di molti film prodotti oggi sono dichiaratamente mutuati da videogiochi, così come molti videogiochi vengono in tempi assai rapidi trasformati in film, più o meno di successo e dalle qualità artistiche a volte discutibili.Il riconoscimento dell'importanza culturale dei videogiochi si sta manifestando con l'ingresso della materia nelle Università e con il proliferare di pubblicazioni scientifiche, anche in italiano, sull'argomento.A parere di molti sociologi e psicologi, il videogioco favorisce una stimolazione del cervello dei giocatori, inducendolo ad agire in maniera differente rispetto all'usuale grazie alla immediatezza del messaggio visivo fornito dalle immagini. Steven Johnson, nel suo libro "Tutto quello che fa male ti fa bene" (Mondadori, 2006) cita recenti studi di neurologia su come viene stimolata l'attivazione dei circuiti dopaminergici durante l'interazione con un gioco elettronico. Citando quello che James Paul Gee chiama "ciclo indaga, ipotizza, reindaga, verifica" Johnson paragona l'attività conoscitiva che un giocatore svolge all'interno di un videogioco al metodo scientifico. Questo aspetto, tuttavia, viene talvolta considerato un ostacolo per un giocatore in età infantile o adolescenziale e quindi in fase di apprendimento: la comunicazione che proviene da un insegnante può risultare non sempre recepibile da un giovane abituato a messaggi prettamente visivi.Secondo altri studiosi della materia, il videogioco sta contribuendo perciò a introdurre in questo inizio di III millennio - a dispetto del massiccio uso delle immagini che fa - un nuovo tipo di cultura che contrasta le precedenti, ossia quella orale e quella scritta. Questo dato di fatto si tramuta in timore davanti ad un altro genere di considerazione: se cioè l'effetto di questo intrattenimento si limiti semplicemente a ridisegnare gli stili culturali esistenti oppure se possa portare - interessando così una sorta di roboetica - alla creazione di un modello esistenziale di uomo-gioco. Il videogioco viene spesso colpevolizzato attraverso i mass media, specie quando si verificano efferati episodi di cronaca nera. Alcuni ritengono infatti che la ripetuta simulazione di sparatorie o atti di violenza, presenti in alcuni videogiochi, possa in qualche modo avere influenzato precedentemente l'autore o gli autori di tali efferate gesta; altre fonti sostengono invece che i bambini siano normalmente capaci di distinguere finzione e realtà e che questi singoli episodi siano da ricondurre a sintomatologie pre-esistenti di tipo psicologico o di altra natura. Dagli anni novanta in poi l'industria dei videogiochi ha acquisito sempre più importanza, la produzione di videogiochi moderni richiede investimenti per decine di milioni di euro ma può determinare incassi per centinaia di milioni di euro. La sola GameStop ha fatturato nel 2007 5,56 miliardi di dollari. Nello stesso anno, per la prima volta nella storia, l'industria dei videogiochi ha superato come volume d'affari l'industria musicale


Christian Ferretto

la rappresentazione della malattia mentale attraverso il cinema: dagli anni venti ai giorni nostri

La rappresentazione della malattia mentale attraverso il cinema:
dagli Anni Venti ai giorni nostri


La psichiatria è un tema che ha influenzato spesso la storia del cinema, poiché la tecnica cinematografica, solo attraverso le immagini, riesce bene a rappresentare direttamente i molteplici aspetti della psiche umana. Oltre a ciò, i film esercitano un notevole impatto emotivo e suscitano intensa attenzione negli spettatori, anche se non appartenenti alla categoria degli "addetti ai lavori". Il cinema diventa così strumento didattico e di approfondimento per un pubblico più vasto che attraverso il film si può avvicinare alla conoscenza delle patologie mentali, fin troppo sconosciute ai più, a causa dello stigma che le caratterizza. Dal canto suo, l’industria cinematografica ha mostrato da sempre un notevole interesse per la medicina e soprattutto per la psichiatria. Cinema e psichiatria, nati nella stessa epoca, hanno fin dall’inizio condiviso lo stesso soggetto: pensieri, emozioni, motivazioni, comportamenti e storie di vita rappresentano per l’uno e l’altro la principale, complessa, materia di studio. Fin dalla nascita del cinema gli psichiatri hanno studiato i film per comprendere le ragioni del loro fascino sugli spettatori. E già nel 1906 il primo psichiatra, il comico Dr. Dippy di Dr Dippy's Sanitarium, faceva la sua comparsa in un cortometraggio: da allora, psichiatria e cinema non hanno mai cessato di incontrarsi, allontanarsi, intersecarsi di nuovo.
Il gabinetto del dottor Caligari, un film muto del 1920 diretto dal regista tedesco Robert Wiene, costituisce uno dei primi esempi di rappresentazione di un disturbo mentale nella storia del cinema, giocando moltissimo con il tema del doppio e della difficile distinzione tra allucinazione e realtà. Il dott. Caligari controlla un sonnambulo ordinandogli di compiere cruenti omicidi. Smascherato e inseguito dalle forze dell'ordine, il dottore si rifugia presso un manicomio di cui in seguito si scoprirà esserne il direttore, che in preda all'insaziabile desiderio di ricerca nel campo del sonnambulismo, aveva schiavizzato un paziente affetto dal disturbo per esibirlo in spettacoli di paese. Mentre il racconto di Franz, un testimone, termina con la detenzione forzata di Caligari nel suo stesso manicomio, lo spettatore è ricondotto fuori dal lungo flashback, in tempo per scoprire che tutti i personaggi del racconto di Franz sono in realtà i suoi stessi compagni. Franz, infatti, è rinchiuso in un manicomio e tutto il racconto è frutto di allucinazione, in cui il dott. Caligari viene rappresentato con le sembianze del dott. Oscar, il responsabile dell'istituto correttivo. Contribuiscono all’effetto una scenografia allucinante caratterizzata da forme zig-zaganti, lunghe inquadrature girate in scenografie allucinate dalla geometria distorta, con spigoli appuntiti, ombre minacciose, strade serpentine che diventano vicoli ciechi. I personaggi recitano col volto pesantemente truccato, in particolare il sonnambulo, che ha gli occhi cerchiati di nero. Tale ambiente trasmette e partecipa della paura e della distorsione mentale dei protagonisti: da questo semplice indizio lo spettatore dovrebbe già capire di trovarsi in un mondo onirico e allucinato e non nella "vera" realtà. Proprio su questo punto si incentra la vera controversia del film: il finale (in cui si capisce che la vicenda è solo il sogno di un pazzo e che il medico è sano) riporta tutto ad una realtà schizofrenica e fu imposto per non attentare allo status quo dell'autorità, eliminando il valore di critica socio-politica del film, girato durante la Repubblica del Weimar. Da ciò deriva che la visione espressionista sia quella di un folle: l'arte moderna non ha senso ed è pura pazzia.
In piena contestazione giovanile un altro capolavoro scosse profondamente le fondamenta dell’opinione pubblica in merito ai trattamenti cui erano sottoposti malati mentali mentre il mondo si coccolava tra i benessere del boom economico: il romanzo di Ken Kesey Qualcuno volò sul nido del cuculo, da cui Milos Forman trasse l’omonimo film nel 1975. L'autore scrisse il libro in seguito alla propria esperienza da volontario all'interno di un ospedale californiano. Il film denuncia in maniera drammatica il trattamento disumano cui erano sottoposti i pazienti ospitati nelle strutture ospedaliere statali, verso cui vige un atteggiamento discriminatorio alimentato dalla paura dell'aggressività dell'alienato mentale. La domanda di fondo che il film suscita riguarda l'esistenza di una base certa che funga da parametro nello stabilire la linea di demarcazione che separa il mondo della normalità da quello della follia. Nel film, la pazzia è vista come un "non luogo", come un qualcosa che il protagonista ha dentro di sé e vuole portar fuori, quasi a voler dire che in fondo una certa dose di pazzia è insita in ogni uomo, anche in chi non viene ricoverato in manicomio. Emerge quindi una visione relativista del concetto di follia, tanto che durante il film può nascere il dubbio se nel manicomio i veri malati siano proprio i pazienti, e non gli infermieri e i medici che li curano e che hanno anche loro i propri problemi psicologici, più o meno visibili: l'idea di normalità perde notevolmente significato. Per metafora, il nido è il manicomio e il cuculo l'infermiera capo, che con il suo staff si insinua nelle loro menti e se ne impossessa, distruggendone ogni potenzialità. Quel “qualcuno” è Randle, delinquente mandato “tra i matti” per correggere alcuni suoi comportamenti ribelli: sarà lui a smascherare il carattere repressivo dell'istituzione, pagando per questo il duro prezzo dell'uso indiscriminato che veniva fatto di lobotomia ed elettroshock. Le sedute di psicoterapia presentate sono numerose e molto significative. Ogni componente viene descritto e rappresentato con molto realismo e i personaggi sono fedeli al loro stato di malattia in ogni momento. La conduttrice delle sedute di psicoterapia di gruppo, la Signora Ratched, esprime lei stessa la propria sofferenza psichica, cercando di prendere le distanze dalla malattia mentale, che pretende di chiarificare, sforzandosi di inquadrarla in un insieme di rigide regole, come se la malattia psichiatrica si potesse curare con un insieme di imposizioni. Così, la Signora Ratched finisce per usare in modo autoritario la sua funzione terapeutica, rendendosi odiosa e disumana. Le fa da contraltare Randle, abituato a infischiarsene di qualsiasi regola. Ci viene presentato un ospedale psichiatrico modello, con campo di basket e piscina, una sala per l'idromassaggio, adiacente al dormitorio. Gli ammalati sono suddivisi per gravità di malattia, per cui i meno gravi non devono sopportare la malattia dei più gravi. Gli ammalati meno gravi, sono relativamente liberi e vengono condotti in città con l'autobus. I medici si vedono poco, ci vengono mostrati solo nei propri studi a dare disparati giudizi sulla salute mentale e sulla pericolosità di McMurphy. Particolarmente realistica ed agghiacciante è la resa cinematografica di una seduta di terapia tipo della malattia mentale grave negli anni '50, l'elettroshock.
Nel 1988 il filmdi Barry Levinson Rain Man introdusse per la prima volta sullo schermo un raro, strabiliante ed inspiegabile disagio: l’autismo, prima di allora considerato un handicap tanto che il suo nome in inglese è stato per decenni “idiot savant sindrome”. Nel film, Dustin Hoffman interpreta il malato Raymond Babbitt, che un giorno viene strappato dalla clinica in cui viveva da decenni da Charlie, suo fratello minore che non l’aveva mai visto. Il primo è autistico, ossia è portato ad estraniarsi dalla realtà rendendo impossibile, per una persona, capire i suoi reali sentimenti. Il secondo è un venditore di auto sportive, ignaro di avere un fratello, ma che apprende della sua esistenza dopo la morte del padre che lascia in eredità tutti i suoi cospicui averi proprio all’"handicappato" Raymond. Charlie si reca alla casa di cura e rapisce il fratello, sperando, in questo modo, di riguadagnare una parte di quei soldi che tanto avrebbe voluto avere. Egli dovrebbe attraversare tutto il paese per tornare nella sua città, a Los Angeles, ma essere costretto a fare il viaggio con il fratello lo porta, poco alla volta, ad apprezzare Raymond, e ad identificarlo con “l’uomo della pioggia”, soprannome che aveva dato da piccolo ad un fantomatico personaggio che soleva cantargli canzoni per tranquillizzarlo e che si scopre essere appunto Raymond. Inoltre, l’autistico Raymond è un genio matematico e dispone di una memoria migliore di quella di un calcolatore IBM dei giorni nostri. Leggendo l’elenco telefonico impara tutti i numeri fino alla E, con lo sbalordimento del fratello minore. Deciso a sfruttare l’abilità del fratello maggiore, Charlie si reca a Las Vegas con Raymond che, grazie alla sua portentosa memoria, riesce a far vincere al fratello una somma enorme al Black Jack. Ma le cose belle finiscono, così Raymond viene costretto a ritornare all’istituto in quanto impossibile per lui vivere e relazionarsi con il mondo esterno; a Charlie, ormai affezionatosi al fratello, non resta che accompagnarlo al treno che lo riporterà in istituto e a seguire mestamente con lo sguardo un fratello che ama, ma che oramai ha perso per sempre.Il film, dal punto di vista qualitativo, è di altissimo livello. La regia è sensazionale, con una scelta di inquadrature ed immagini che fotografano in modo mirabile l’esistenza di una persona chiusa in se stessa e costretta a rifugiarsi nella sua anima per non essere ferito da agenti esterni. Una specie di rifiuto del mondo. Il rifiuto del mondo che lo rifiuta. In questo sta il gioco del film. Un lungo viaggio alla conquista del proprio spazio e nella ricerca di punti di riferimento esterni capaci, se non di incrinare la solida armatura morale ed emotiva di Raymond, perlomeno a conquistarne la fiducia. Alla fine tutto è come prima: Raymond non è cambiato e ritorna da dov’era partito: l’istituto che lo ospitava. Per Charlie tutto è come prima. Può ritornare alla sua precedente attività senza la preoccupazione del fratello. Anche lui torna, però, da dov’era partito molto tempo prima: l’idea che non è solo e che, forse, d’ora in poi, sarà lui a dover cantare una canzone a suo fratello per tranquillizzarlo. Dustin Hoffman si muove sul set come un vero autistico, ne cattura le espressioni ed i comportamenti facendoli vivere con straordinaria drammaticità. Nel vederlo ondeggiare ripetutamente avanti e indietro ripetendo senza fermarsi la stessa frase, si ha la sensazione di doverlo fermare in qualche modo, preso com’è forse da una latente rabbia, voglia di gridare . Una rabbia che monta ancor più alta quando lo si vede partire sul treno, senza che gli sia concesso vivere con il fratello e senza che possa esprimere i suoi desideri. Alla fine del film il triste messaggio della nostra società: il posto giusto dove uno come Raymond può trascorrere la sua vita è un istituto. Un film bellissimo e travolgente, che farebbe smuovere gli animi più cinici, commovendo sino alle lacrime con le gocce di rimpianto che si provano dopo aver visto film come questi. Hollywood ha rappresentato dei personaggi con caratteristiche autistiche in diversi film popolari, come lo stesso Rain Man, ma mentre il ritratto dell’autismo in questi film tende a focalizzarsi su individui autistici dotati in matematica (“autistici dotti”) che sono socialmente inetti, la realtà di questo disturbo è molto più complessa.
Stilare una lista completa dei film che nel corso della storia del cinema hanno trattato di psichiatria e malattia mentale costituirebbe un'impresa pressochè impossibile vista l'incredibile espansione, a livello globale, che ha interessato l'industria cinematografica negli ultimi decenni.Occorre tuttavia precisare che, tra i vari disturbi psichiatrici, la schizofrenia al cinema è stata dipinta in diverse occasioni in maniera abbastanza convincente (La fossa dei serpenti [1948], I Never Promised You a Rose Garden [1977], A Beautiful Mind [2001], Spider [2002]), capolavori che offrono una descrizione efficace e chiara di alcuni degli aspetti che caratterizzano i sintomi e il decorso cronico e invalidante della schizofrenia. Secondo Glen Gabbard, il film, in effetti, è “uno dei migliori, se non il migliore ritratto di che cosa sia la schizofrenia”. Al pari della schizofrenia, anche i disturbi dell’umore vengono a volte presentati in maniera convincente, sia per quanto riguarda la mania (Capitan Newman [1963], Mr. Jones [1993]), sia per la depressione (Il settimo velo [1945], La figlia di Caino [1955]); diverso è il caso della filmografia relativa ai disturbi da abuso o dipendenza da
sostanze che prevede spesso un ricorso massiccio agli stereotipi, tanto da permettere la categorizzazione del personaggio in figure caratteristiche come l’“eroe tragico”, in lotta con il desiderio di assunzione di alcol o stupefacenti (Via da Las Vegas [1995], Requiem for a Dream [2000], Paura e delirio a Las Vegas [1997]). Anche i disturbi di personalità sono stati frequentemente rappresentati sullo schermo, e nella maggior parte dei casi vengono descritti pazienti che mettono in atto stili di comportamento maladattivi e non ricercano l’aiuto dello psichiatra. Tra i più celebri ricordiamo Arancia meccanica [1971] per il disturbo antisociale di personalità; Alice’s Restaurant [1969] e In cerca di Mr. Goodbar [1977] per il disturbo borderline, American gigolo [1980] per l'esasperazione dei tratti narcisistici della personalità. Infine, tantissimi sono i contributi cinematografici che ritraggono la vita all'interno degli istituti psihiatrici in diversi paesi ed epoche: Il grande cocomero [1993], Ragazze interrotte [1999], La casa dei matti [2002], Prendimi l'anima [2003], fino al recentissimo Si può fare [2008].
Ilaria Gualmini