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martedì 31 marzo 2009

il sentimento amoroso


Il sentimento amoroso





Molti poeti si sono occupati dell’amore e uno dei più apprezzati da noi giovani è Pablo Neruda, con la sua raccolta “cento sonetti d’amore” . Il poeta ci dice come la vita sia incerta e contraddittoria: le nostre certezze, le cose che diamo per scontate,si rivelano essere diverse da come le concepiamo. Il silenzio,che per noi è generalmente simbolo di un atteggiamento chiuso e indifferente, può essere anche un modo per comunicare; il fuoco,paradossalmente,può essere freddo. La sua logica si trasmette quindi al sentimento dell'amore. Confessa di amare la sua donna; ciò che prova non è visto come una condizione stabile bensì come l'inizio di un lungo percorso che lo condurrà verso l'infinito, in modo che le emozioni provate non possano mai cessare. Proprio perchè questo cammino non è ancora completo, dice di non amarla con l'intensità con cui vorrebbe. Il poeta riflette anche sui suoi dubbi e sulle sue paure: si sente talvolta vicino, talvolta distante da lei. Non sa se il suo futuro con lei preveda gioia o un destino sfortunato: in ogni caso, nulla potrà alterare il suo amore, che sopravvive in ogni caso.

Saprai che non t’amo e che t’amo, P. Neruda

La parola italiana amore continua l’accusativo amorem del sostantivo latino amor, derivato dal verbo amare, termine antichissimo nel latino che non trova riscontri nelle altre lingue indoeuropee, ad esempio nel greco antico che per lo stesso concetto usa soprattutto eros.

In particolare nella lingua dell’ antica Roma amor si oppone a odium, nel senso di un forte sentimento di affetto per qualcosa o qualcuno, che può giungere fino alla passione. Così il grande poeta Catullo può dettare il celeberrimo epigramma che si avvia su odi et amo cioè odio e allo stesso tempo amo, con specifico riferimento alla passione erotica. L’odio rimane ben nascosto e si manifesta in modo improvviso,lasciando entrambi i partner sbigottiti. Questo è senz’altro il valore prevalente del termine amor in latino, personificato nel dio Amore, chiamato anche Cupido, che si potrebbe tradurre con bramosia amorosa.
L’esperienza amorosa è tra le più significative dell’esperienza umana. L’amore è il desiderio di completezza e perfezione e molto spesso provoca sofferenze psichiche all’anima. L'amore "romantico" ha un significato preciso : quando l'amore fra due esseri umani assume caratteristiche riconducibili al romanticismo, questo viene definito amore romantico, per distinguerlo dal sentimento d'affetto verso i membri di una famiglia o verso altri esseri umani, o anche tra esseri umani e animali domestici. Non ha una definizione, non può averla: l’amore è semplicemete quella sensazione che può mettere in stato di grazia una persona e renderla l’essere più felice del mondo. L’amore è l’amore, e se non lo si prova non si può capire, poiché non lo si può spiegare a parole. Il termine amore viene anche utilizzato per definire l'intensa passione per qualcosa o come forma di dedizione totalizzante a un ideale.

Samanta Lamberti

cos'è la pet-therapy?

Cos'è la pet-therapy?





Con il termine pet-therapy, in italiano zoo terapia, s’intende generalmente una terapia “dolce” basata sull’interazione tra uomo ed animale affermatasi sulla base di studi, come quelli dello psichiatra statunitense Boris Levinson, che hanno dimostrato come l’attività di prendersi cura di un animale possa calmare disturbi come ansia, stress e depressione.
Nel 1960 Levinson è il primo ad enunciare ed applicare teorie riguardo ai benefici che scaturiscono dall’interazione tra uomini ed animali. In seguito nel 1981 viene fondata negli USA la Delta Society, che si occupa di studiare i benefici che l’applicazione di queste “nuove terapie” produce.
Ad oggi gli animali d’affezione sono riconosciuti quali componenti essenziali di un rapporto equilibrato tra l’uomo e l’ambiente di vita; tale principio è stato annunciato e difeso in quella che può essere definita “Dichiarazione di Ginevra” del 1995 riguardo “Animali, salute e qualità della vita”. La pet-therapy trova ora ampia applicazione in svariati settori socio-assistenziali quali: case di riposo, ospedali, comunità di recupero e nel campo di specifiche patologie.

Il termine “PET-THERAPY” indica però una serie complessa di utilizzi del rapporto tra uomo ed animale perciò è necessario distinguere tra:
-Animal-Assistent Activities: cioè attività svolte con l’ausilio di animali, che hanno come obbiettivo primario quello di migliorare la qualità della vita di alcune persone come anziani,ciechi, malati terminali, ecc. Essi sono interventi di tipo educativo e/o ricreativo che sono supportati da professionisti, para-professionisti e volontari con ovviamente l’ausilio di animali che, adeguatamente addestrati, possiedono i requisiti necessari.
-Animal-Assistent Theraphy: che consiste nell’uso terapeutico degli animali da compagnia. Si tratta di vera e propria terapia finalizzata a migliorare le condizioni di salute di un paziente mediante specifici obbiettivi. Essa viene considerata una terapia di supporto che integra, rafforza e coadiuva le terapie normalmente effettuate per il tipo di patologia preso in esame. Gli obbiettivi di questa terapia sono solitamente di tipo: cognitivo (miglioramento di capacità mentali come la memoria), comportamentale (es. acquisizione di regole), psicosociale (miglioramento delle capacità di interazione) o strettamente psicologici (es. superamento di fobie).

La pet-therapy, in generale, garantisce grandi risultati soprattutto su soggetti quali: bambini, anziani e disabili sia fisici che psichici poiché il contatto con un animale può aiutare a soddisfare bisogni, come quelli di affetto, sicurezza e relazioni interpersonali, ed allo stesso tempo contribuisce al recupero di alcune abilità che possono essere state perdute. Anche persone affette da ipertensione o cardiopatiche possono trarre vantaggio dalla vicinanza di un animale poiché è stato dimostrato che accarezzare un animale, oltre ad aumentare la coscienza della propria corporalità, essenziale nello sviluppo della personalità, interviene anche nella riduzione della pressione arteriosa e contribuisce a regolare la frequenza cardiaca.
Che si tratti di un coniglio, di un cane, di un gatto o di altro animale scelto dai responsabili di programmi di pet thrapy, la sua presenza solitamente risveglia l'interesse di chi ne viene a contatto, catalizza la sua attenzione, grazie all'instaurazione di relazioni affettive e canali di comunicazione privilegiati con il paziente, stimola energie positive distogliendolo o rendendogli più accettabile il disagio di cui è portatore.

I gruppi di lavoro che operano in questo settore della pet-therapy finalizzato al raggiungimento di obiettivi di salute per l’uomo, sono composti, oltre che dall’animale co-terapeuta alla cui sensibilità è affidato il compito principale, da diverse figure professionali: medici, psicologi, fisioterapisti ecc.. alle quali spetta di valutare e determinare come l’animale debba essere impiegato. A veterinari, etologi, addestratori e conduttori professionisti spetta, invece, occuparsi del controllo della salute e della salvaguardia del benessere dell’animale che lavora per aiutare l’
uomo, di cui sa riconoscere le difficoltà.

Secondo la Delta Society (organizzazione internazionale che favorisce l'impiego degli animali per il miglioramento dello stato di salute, l'indipendenza e la qualità della vita dell'uomo), solo gli animali domestici possono essere inseriti in programmi di attività e terapie assistite dagli animali, escludendo quindi tutti gli animali selvatici o inselvatichiti, gli animali esotici ed i cuccioli. Tutti gli animali impiegati come Pet partners devono superare una valutazione che ne attesti lo stato sanitario, le capacità e l'attitudine. Il Pet Partner Aptitude test (PPAT) della Delta Society valuta se vi è disposizione e potenziale per partecipare a programmi di questo tipo di terapia.
Gli animali che vengono abitualmente coinvolti nella pet-therapy sono cani, gatti, criceti, conigli, asini, capre, mucche, cavalli, uccelli, pesci, delfini.

1 Il cane ha un rapporto privilegiato con l'uomo sin dalla preistoria e sono frequenti le occasioni in cui possiamo apprezzarne la collaborazione e, talvolta, l'abnegazione. Per questo viene impiegato di frequente quale co-terapeuta, sia nella cura di bambini che di adulti ed anziani attraverso l'invito al gioco, l'offerta di compagnia e la richiesta di interazione.

2 Anche il gatto è utilizzato nella pet-therapy: per la sua indipendenza e facilità di accudimento, lo si preferisce per persone che vivono sole e che, a causa della patologia o dell'età, non sono agevolate negli spostamenti.

3 Criceti e conigli sono diffusi nelle nostre abitazioni: osservare, accarezzare e prendersi cura di questi animaletti può arrecare grande beneficio soprattutto a quei bambini che stanno attraversando una fase difficile nella loro crescita.

4 Il cavallo, attualmente, oltre ad attività sportive o ricreative, viene utilizzato per l'ippoterapia, medica, psicologico-educativa, riabilitativa, che viene praticata generalmente in strutture attrezzate, con il supporto di personale specificatamente preparato ed addestrato. A beneficiare dell'ippoterapia sono soprattutto i bambini autistici, i bambini Down, disabili, persone con problemi motori e comportamentali.

5 Da alcuni esperimenti effettuati su gruppi di anziani, è stato rilevato l'effetto benefico derivante dal prendersi cura abitualmente di uccelli, in particolare pappagalli.

6 E' stato constatato che l'osservazione dei pesci di un acquario può contribuire a ridurre la tachicardia e la tensione muscolare, agendo così da antistress.

7 I delfini occupano un posto privilegiato nelle attività che prevedono terapie con gli animali. L'amicizia tra uomini e delfini è di vecchia data ed il loro utilizzo quali co-terapeuti si è rivelato particolarmente efficace per la depressione ed i disturbi della comunicazione. La delfino-terapia è utile anche per i pazienti autistici che li aiuta, in molti casi, ad uscire, almeno parzialmente dal proprio isolamento.

8 Asini, capre e mucche, animali con i quali esisteva una grande familiarità sino a pochi decenni or sono, ultimamente vengono anche loro utilizzati per la pet-therapy .



Provenzano Erika 5b

Fonti:
-Sito internet del “Ministero della salute e della pubblica istruzione”
-Enciclopedia multimediale: Wikipedia

L’esperienza artistica: Edward Munch


L’esperienza artistica
Edward Munch


E’ l’esponente della secessione di Berlino, il quale anticiperà la corrente artistica che di fatto segna la nascita delle avanguardie del 900, l’Espressionismo.
Munch nasce a Loten, in Norvegia, il 12 dicembre del 1863. Nel 1868 muore la madre di tubercolosi. Nel 1877 anche la sorella muore dello stesso male a soli quindici anni. Sono i primi dei molti, precoci appuntamenti con la malattia e con la morte che costelleranno tutta l’esistenza dell’artista, influendo in modo certo non secondario anche sulla maturazione di un pensiero fortemente negativo.
“Senza paura e senza malattia”, scriverà in seguito l’artista,”la mia vita sarebbe una barca senza remi”, volendo con ciò significare quanto la visione tragica della realtà sia un ingrediente fondamentale non solo della pittura, ma del suo stesso essere.
Muore poco dopo, il 23 Gennaio 1944 nella sua proprietà, presso Oslo.
Con la sua pittura intende quindi “esprimere” il sentimento individuale piuttosto che rappresentare oggettivamente la realtà, tanto che quest’ultima viene deformata volutamente, a favore di una realtà che è propria dell’autore;infatti non riproduce l’oggetto così come appare, ma come lo sente, proiettando in esso la propria interiorità:” Non dipingo mai ciò che vedo, ma ciò che ho visto”.
La morte della madre e della sorella, le frequenti crisi depressive, l’inquietudine interiore, costituiscono l’unico possibile quadro di riferimento all’interno del quale leggere lo sviluppo artistico di Munch. In particolare, centro dell’interesse di Munch è quindi l’uomo, e il dramma del suo esistere di fronte a tutto ciò che lo circonda, come paure e conflitti tipici. Lo conferma una delle sue opere più note, “il Grido”
(1893).
Dal titolo si può constatare che non indica qualcosa che sta accadendo(un uomo che urla), ma indica proprio la condizione interiore che si manifesta attraverso l’urlo.Il senso profondo del dipinto lo troviamo descritto dall’artista stesso in alcune pagine di un suo diario:
“Camminavo lungo la strada con due amici- quando il sole tramontò- il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue- mi fermai, mi appoggiai stanco morto a un recinto- sul fiordo nerazzurro e sulla città c’erano sangue e linee di fuoco- i miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura- e sentivo che un grande urlo infinito che pervadeva la natura”.
La scena è ricca di riferimenti simbolici. L’uomo in primo piano esprime il dramma collettivo dell’umanità intera. Il ponte richiama i mille ostacoli che ciascuno di noi deve superare nella propria esistenza, mentre i presunti “amici” rappresentano la falsità dei rapporti umani.
L’uomo che leva, alto e inascoltato, il suo urlo, è un essere serpentinato, quasi senza scheletro, fatto della stessa materia filamentosa con cui sono realizzati il cielo infuocato o il mare oleoso.
Al posto della testa vi è un’enorme cranio repellente, senza capelli, come di un sopravissuto a una catastrofe atomica. Gli occhi sbarrati sembrano aver visto un abominio immondo, le labbra nere rimandano alla putrescenza dei cadaveri.
E’ un grido istintivo, primordiale, che esprime non tanto le esperienze specifiche di smarrimento o di paure, quanto il sentimento dell’angoscia come espressione del nulla che minaccia l’esistenza dell’uomo. Nell’opera si nota il dramma, attraverso la prospettiva tesa e obliqua, data dagli urti cromatici, dalle mani della figura rappresentata in primo piano.
Da quanto detto fino ad ora, parrebbe che non vi possano essere risoluzioni all’esperienza dell’angoscia, dato che questa esprime la percezione di un modo di essere connaturato all’uomo, quello della paura del nulla che minaccia l’esistenza.
Si potrebbe tuttavia ipotizzare, guardando l’esperienza artistica di Munch, che la risoluzione dell’angoscia troverebbe realizzazione in un’esperienza di vita creativa, come quella dell’artista, dato che il pittore norvegese, sembra aver superato momenti difficili della sua vita, che ne avevano accentuato l’angoscia esistenziale, proprio grazie alla sua attività.

Cristina Facchini

sabato 28 marzo 2009

il mutismo selettivo

IL MUTISMO SELETTIVO

Il termine Mutismo Selettivo fu coniato nel 1934 da Tramer per descrivere un preciso aspetto di alcuni bambini che utilizzano il linguaggio esclusivamente nello stretto ambito familiare. Questo disturbo è caratterizzato dall’incapacità del bambino di parlare in varie situazioni sociali; si può dire che i bambini di fronte a persone estranee all’ambito familiare, compresi i coetanei, si chiudano nel mutismo. Ciò non significa che il bambino non sia capace di parlare,ma che egli non vuole parlare in determinate circostanze in cui non si sente a suo agio ma che tuttavia è perfettamente in grado di comprendere ciò che dicono gli altri.
Wilkins (1985) ha distinto il mutismo selettivo persistente,molto raro, dal mutismo selettivo transitorio, più frequente, collegato spesso con l’ingresso nella scuola materna. In entrambi i casi l’autore inquadra il mutismo nell’ambito di disturbi emotivi in bambini con personalità nevrotica, rivelando spesso la presenza di una composizione familiare disturbata, in particolare nell’aspetto del rapporto madre-bambino; inoltre il disturbo può presentarsi in soggetti predisposti all’ansia. Nella maggior parte dei casi, comunque, questi bambini non parlano a scuola ed in altre situazioni sociali, oppure non parlano a determinate persone, anche se gli sono famigliari, come ad esempio i nonni, gli zii, altri bambini dello stesso quartiere. In seguito a questa osservazione di tipo comportamentale Lesser- Katz (1988) fa risalire il mutismo selettivo alla fissazione o regressione allo stadio evolutivo precoce della “paura dell’estraneo”. La reazione all’estraneo viene espressa con un “rifiuto continuo a parlare in tutte le situazioni sociali compresa la scuola nonostante la capacità di comprendere il linguaggio parlato e di parlare”.
Questa mancanza di socialità nell’ambito della ricerca psicoanalitica grazie agli studi di Bovet e Chagas (1985) è vista come una negazione della separazione, una manovra difensiva primitiva e massiccia che si oppone al processo di maturazione che si orienta verso la tappa dell’ individuazione di sé :Il bambino ha paura di crescere e conseguentemente attua questi atteggiamenti di difesa come il mutismo, per non privarsi della sua condizione attuale.
Gli studiosi da sempre hanno cercato di trovare caratteristiche comuni ai sintomi che questo disturbo sociale può provocare; pur scoprendo che ogni paziente è un caso a sè e che presenta caratteristiche ogni volta diverse, si possono riscontrare delle linee generali, comuni a tutti i bambini affetti da MS:
una caratteristica frequente è la propensione ad occuparsi di attività manuali, come per esempio il disegno, i lego, il giardinaggio, che costituiscono a tutti gli effetti un’alternativa alla comunicazione verbale. Il ricorso al linguaggio corporeo può inoltre esprimersi nel movimento della testa, che sostituisce le parole “si” e “no”, l’additare le cose anzichè nominarle o il rimanere inespressivi o immobili, fino a che qualcun altro non prenda l’iniziativa di chiedere loro cosa vogliano o cosa aspettino, o quale sia il loro problema.
Di solito prima di tale periodo il bambino viene considerato semplicemente timido, ansioso, più portato per i giochi manuali che per i giochi in cui è necessario comunicare con gli altri; a scuola invece il comportamento di mutismo selettivo si fa più riconoscibile ed è li che in genere viene diagnosticato per la prima volta, dopo un’osservazione di questi comportamenti per almeno due anni.
L’età critica inizia dunque intorno ai 3-5 anni, interessa un bambino su mille e più le femmine che i maschi.
Un sospetto di mutismo selettivo può sorgere non solo in presenza di aspetti legati al linguaggio; può essere la base anche di comportamenti oppositivi e inadeguati alle richieste, come ad esempio il rifiuto di mettersi seduto a scuola, di giocare con i compagni di classe o di andare alla lavagna, se invitato a farlo.
Le istituzioni dovrebbero essere sensibilizzate su questo problema.
In caso di presenza del disturbo ”MS” la scuola per esempio dovrebbe fare tutto il possibile per fare sentire il bambino rilassato e a suo agio. L’insegnante dovrebbe lavorare con i genitori per aiutarli ad alleviare quanto più possibile l’ansia; inoltre dovrebbe cercare di conoscere il bambino in modo discreto e con disponibilità. L’obiettivo non è di far parlare il bambino in maniera immediata, ma di creare situazioni che permettano al soggetto di sentirsi pienamente rilassato.
Michela Colombi

giovedì 26 marzo 2009

la sindrome di peter pan

la sindrome di peter pan

La sindrome di Peter Pan o SPP è un problema psicologico che si manifesta negli adulti ed è caratterizzato da un comportamento infantile ed un rifiuto di qualsiasi tipo di responsabilità.Nel trattare la sindrome di Peter Pan mi rifarò alla concezione del "Puer Aeternus" (l'Eterno Fanciullo) formulata dallo psicanalista Junghiano Hilmann. Peter Pan è un essere perfetto che vive in un suo mondo ideale; è vivace, curioso, brillante; ha un' inestinguibile sete di novità e di esperienze; è egocentrico, impaziente, "al di là del bene e del male"; è incapace di fare i conti con la realtà, si può prendere come “inno” di questa sindrome la canzone «I don't wanna grow up» del cantautore Tom Waits, interpretata nella versione italiana da Fiorella Mannoia.Tempo, spazio e possibilità sono concetti non compresi dal Puer. Se vuole qualcosa, lo vuole subito, e non contempla la possibilità di non essere esaudito, anzi, non contempla nemmeno il dover chiedere per ottenere. In questo, anche, consiste il fascino del Puer, che scappa da un'avventura all'altra, imprendibile, sfuggente, sempre altrove.Il puer è estremamente attento al mondo esterno: ma l'attenzione può venire distorta, nel tentativo di difendersi da ciò che può essere spiacevole, spesso un attenzione selettiva che elimina alcuni aspetti di realtà, e porta quindi ad una percezione distorta dell'esperienza.Vivendo in un mondo ideale e perfetto il puer non può che essere ottimista però di un ottimismo cieco che nega la realtà, a favore del mantenimento dell'illusione.Quando il Puer giocherellone non riesce nei suoi intenti, oppure viene smascherato dagli eventi cosa succede?Il Puer si “trasforma” diventa quella figura che Hillman chiama Senex (l'anziano), che il sognatore si trovi ad affrontare la dura realtà, ed assuma un atteggiamento cinico, disilluso e meschino rinnegando come stupidi sogni giovanili la sua parte fanciullesca. di un gretto ed amaro materialismo.


Ciò che davvero manca al Puer è la capacità di amare. Entrare nei rapporti significa esporsi al rischio di soffrire, e la fuga dal dolore è caratteristica di questa sindrome,il Puer si protegge dalla vita.Esso deve riconoscere in sé il bisogno, deve abbandonare l'idea di essere completo in se stesso, deve mescolarsi agli uomini, per poi comprendere che egli è davvero perfetto. Se non c'è questo tuffo nel mondo, questa apertura all'altro, il Puer rimarrà soltanto una sterile idea di perfezione; deve intraprendere il viaggio che lo riporterà ad essere quello che è. Egli deve affrontare il crollo della propria illusione, calandosi nel mondo "reale", per poi scoprire che la sua illusione era, in fondo, l'unica vera Realtà. Il Puer deve imparare ad amare, innanzitutto se stesso, non come fredda immagine idealizzata ma nella propria pienezza di essere umano, facendo i conti con i limiti, il dolore, la caducità. Da qui, egli potrà vedere l'altro e amarlo, riconoscere se stesso nell'altro.


E così, in pratica, questo processo di adattamento all'instabilità della vita – tipico soprattutto dei soggetti socialmente attivi e con i più alti livelli di istruzione – fa sì che «l'età della ragione» arrivi sempre più in là col tempo, e che la giovinezza non sia più prerogativa esclusiva dei veri giovani. In psicologia il primo a studiare questa sindrome fu Dan Kiley che la definì un trauma che blocca lo sviluppo emozionale del bambino. In altri termini, la persona colpita cresce normalmente, la sua intelligenza si sviluppa, ma il suo cuore resta bloccato nell’infanzia.Questo trauma ha origine nella più tenera infanzia, il periodo durante il quale ogni individuo costruisce il proprio equilibrio emotivo. Di solito è l'amore trasmesso dai genitori che permette lo sviluppo di questa armonia. Una carenza affettiva può quindi essere all'origine della sindrome di Peter Pan. Le persone che, durante l’infanzia, sono state amate poco, crescendo sviluppano un malessere. Una volta nel mondo dei grandi, si sentono indifese ed angosciate di fronte agli sconosciuti.Sembrerebbe che questa sindrome colpisca più gli uomini che le donne. Si tratta spesso dei figli maggiori di famiglie in cui il padre è assente, poco presente o irresponsabile. In questi casi, se la madre è troppo occupata o depressa, non avrà né il tempo né la forza per dare, ai suoi bambini, tutto l'amore di cui essi hanno bisogno per crescere normalmente. Peggio ancora se la madre non ha fiducia in se stessa,e se la cerca nei suoi bambini. Così rischierà di sfinirli e danneggiarli, cercando di attingere da loro la forza che le manca. Non è più la madre che sostiene i bambini, sono questi ultimi che sostengono la madre. Una volta diventato adulto, l'individuo che ha vissuto questo trauma durante l’infanzia, avrà difficoltà a gestire i propri sentimenti. Un uomo, ad esempio, cercherà nella propria compagna l'amore materno. Paradossalmente però, questo nuovo sentimento, che questo uomo non ha mai conosciuto prima, può spaventarlo e angosciarlo.Si tratta, dunque, di una paura cronica che le persone vivono quotidianamente, essendo estranee alle emozioni degli adulti. Questo genera, spesso, tensioni con gli altri, tanto più che queste persone non si credono malate. La minima osservazione diventa un ostacolo enorme da superare, e diminuisce l’autostima di chi soffre di questa sindrome.L'unico momento in cui queste persone si sentono sicure e amate, è quello del sesso. È un momento riassicurante, in cui l'uomo-bambino (o la donna-bambina) si lascia andare. Ma c’è un rischio: una vita sessuale sproporzionata o, addirittura, incontrollabile. Alcune persone possono anche diventare infedeli, non perchè sono insoddisfatte della loro relazione, ma con l’unico scopo di sentirsi amate e stimate.Se si soffre di questa sindrome, ci vuole tempo per guarire. Innanzitutto bisogna volerlo. Non bisogna dimenticare che il cuore è stato, in qualche modo, “anestetizzato” a partire dal momento del blocco. Per guarire, quindi, bisogna intraprendere una vera e propria riabilitazione. Per farlo, occorre procedere per tappe:
1/ riuscire ad ammettere che si è malati
2/ riconoscere i propri sentimenti equivale ad eliminare il blocco emozionale e la mancanza d’empatia: non avere più paura degli altri e non essere più angosciati. In questa fase, si raccomanda di concentrarsi sui propri sentimenti giorno per giorno per entrare in contatto con se stessi.
3/ pensare ad una terapia. Farsi vedere da un medico, parlarne con una persona competente è un modo ottimo per aprirsi e aumentare l’autostima. La SPP può portare il soggetto alla depressione. Per questo è indispensabile parlarne con qualcuno ed essere seguiti.Se un caro soffre di questa sindrome la cosa importante è avere fiducia in lui. Non esitare a fargli notare i suoi sforzi, ad incoraggiarlo. Se si sentirà rassicurato, avrà maggiore fiducia in se stesso e farà progressi da solo.



Fiorella Mannoia
Non voglio crescere più!

Se rimango dentro al letto sai
non voglio crescere più
non è questo il mondo adatto a noi
non voglio crescere più
parlatori in compagnia
non li ascolto più
troppe volte voglio andare via
ho pagato il conto e non ci sto
non voglio crescere più
se c' è un treno che non prenderò
non voglio crescere più
quei progetti che non so che non farò mai
io scadenze lunghe non ne ho no no
non è la vita che mi cambierà
non voglio crescere più
non è la vostra finta libertà
non voglio crescere più
io non voglio grasso ai fianchi
coi capelli tutti bianchi
quando il passo lento arranca
con le gambe sulla panca
io non cresco più
e mentre mamma grida con papà
non voglio crescere più
e questa notte lui non tornerà
non voglio crescere più
resto chiuso in casa mia
prima di ogni nostalgia
io non voglio prato croce e cosi sia
vedo un mondo piccolo
non voglio crescere più
il disegno è spicciolo
non voglio crescere più
il denaro è il crimine
se il lavoro è un limite
io non voglio collezioni
niente conti delle azioni
non coltivo un ambizione
cambio sempre convinzione
dentro ho solo una canzone
io non cresco più.